un video di Antonio Trimani
1. À l'origine du son, le souffle è il titolo di un ponderoso saggio di Benoît Amy
de la Bretèque (Solal, 2000). Si tratta di un gesto vocale “adapté provient
originellement d'un souffle bien maitrisé“, un respiro ben controllato sul
quale convergono il foniatra Amy de la Bretèque e il maestro del bianco e nero
Piermarini. Il vento non si vede e non si sente, eppure si mostra. Grado
zero della pragmatica: s’intuisce che c’è del vento, solo come effetto, perché
un buffo telone prende a spostarsi, a muoversi. In questo caso è un suono che
si dà solo come dimensione visibile e ciò nonostante impreciso: sarà sibilo,
respiro, folata o rumore buffo di improvvisato fiocco senz’albero? O sarà un
vento nero, arcaico, inquietante, di spinnaker minaccioso? Sarà, come nella
lingua runasimi, “lingua dell’uomo”
(continuazione parlata dell’impero incaico) sumaq
wayra (vento dolce) o yana wayra
(vento nero)?
Con la pelle dei traditori / nei tempi antichi, /
facevano / un tamburo, / con le ossa dei traditori / nei tempi antichi /
costruivano un flauto / accompagnati / così / nei tempi antichi / come un puma,
/ camminarono, / facendosi la guerra, / danzando, i nostri avi sconosciuti. /
Quello stesso palpito / adesso / quella stessa canzone giustiziera, / sto forse
ascoltando / calmo / in mezzo alla foschia, / aspettando, / sto forse
ascoltando, / di nuovo, / tamburi, / flauti / sto forse ascoltando. / Ma, è la
notte / inginocchiata / e il vento che mi conduce / nulla conduce / e il vento
che mi porta via / nulla porta via.
(Vento
Nero / YANA WAYRA, in “Tre poesie di Isidro Condori”).

