giovedì 4 maggio 2017

Melissa ("aru riscùordu")



Sul non accadere (apparente)

Foto alla maniera di un Cartier-Bresson ma senza la componente felliniana, senza Bosch, senza grottesco, senza strafare. Si direbbero foto dal rispetto prossemico, campi medi, frutto di un'antropologia discreta e distratta.
(...)
Il visivo come silenzio musicale della voce, avrebbe detto Carmelo Bene.
La fotografia racconta proprio questo silenzio, senza amplificarlo assai. Così, a bassa voce. La foto è dell'ordine del loudness: il tasto dell'hi-fi che amplifica le frequenze senza alzare il volume



(La distanza nella memoria)

S'intravvede un diverso modo di pensare la memoria. Un modo diverso di ricordare, d'interpretare le origini, di tornare a casa. Son temi che ciclicamente ritornano con mostre e macchine editoriali spiegate. Molti anni addietro - ad esempio - Roma ospitò una mostra dedicata a “La macchina della memoria”, vale a dire a Giordano Bruno. Si era spenta da poco la Yates, la maggiore studiosa delle mnemotecniche bruniane e non. Quest'anno altro giro, altra mostra, altra città, altro ricordo. 

La memoria resta un tema di grande suggestione. Più di una generazione ricorda la vicenda dello smemorato di Collegno; molti - perlomeno i cinefili - sono ancora oggi infatuati dall'enigma di Kaspar Hauser o - al contrario - dal caso narrato da Luria, l'uomo dalla memoria prodigiosa, l'uomo che non poteva dimenticare. L‘uomo che, per sbarazzarsi del fardello rappresentato da un pazzesco quantitativo di dati inutili, trovava sollievo nel bruciare i fogli di carta su cui questi venivano trascritti. 
Scrivere per dimenticare. Variante neanche tanto patologica dello scrivere ciò che si dimentica e del dimenticare ciò che si è scritto. Ho memoria di qualcosa. Ho perso la memoria. La memoria esiste in questa distanza, insiste tra queste due possibilità estreme: i1 possesso e la perdita. A segnare il confine vi è la dimenticanza. Dalle mie parti, nella provincia di Cosenza, si usa un'espressione quanto mai efficace: aru riscùordo. Un po’ il rovescio, in un altro dialetto, del più famoso amarcord. Mi piace rintracciarvi una radice cardiologica, un problema di cuore oltre che di memoria. Soprattutto indica l'impersonalità della dimenticanza. Le cose vanno aru riscùordo, come dire che finiscono in un sacco, in un elemento di una qualche topologia, un luogo di nessuno e di cui non c’è proprietà, luogo delle rappresentazioni inconsce. Agamben preciserebbe che “il dimenticato non è semplicemente cancellato, lasciato da parte: esso è consegnato all'oblio” (G.Agamben, Idea della prosa, p.27).
Rimozione originaria (Urverdrängung) è l'ipotesi freudiana. Questo "Ur" non ha nulla dell'archetipo o dell'inconscio supposto collettivo. Si tratta invece della supposizione di un nucleo capace di attrarre l'estrema singolarità, l'irripetibile particolarità della rimozione. Per questo il ricordo non è mai lo stesso. Per questo trovai di portata inaugurale il fatto che Vito Teti - un antropologo - intitolasse il suo scritto "Il paese che mi pare" (Salvatore Piermarini, Vito Teti, Le strade di casa. Visioni di un paese di Calabria, Mazzotta, 1985). Letteralmente ognuno ripensa il proprio paese come gli pare, come gli appare, come lo ode: giacché, da Freud e da Saussure in poi, l'immagine è acustica.

La psicanalisi, che distingue tra ricordo fantasia e fantasma, indica che il ricordo è di copertura proprio perché enuncia un fantasma. Se non ricordo male è di Dino Campana “questo ricordo che non ricorda nulla” e di Svevo il tema del “ricordare tutto senza intendere nulla”. Se prima, a proposito dell'uomo dalla memoria prodigiosa, si accennava allo scrivere per dimenticare, ora si pone piuttosto il contrario: si scrive (si fotografa) per non dimenticare. Anzi, in un certo senso, “non c'e altra memoria che lo scritto, (...) l'unica vera memoria è lo scritto, cioè, propriamente, la memoria che non abbiamo” (Ettore Perrella, Il tempo etico o la ragione frudiana, Edizioni Biblioteca dell'Immagine, 1986, p.98). Riprendendo il discorso di Perrella, ecco dunque l'introduzione del tempo “cioè la distinzione fra percezione e memoria” (Perrella, p.93). “Il subjectum delle mie percezioni è ... sì una percezione, ma mancante, precisamente quella che pone il perceptum in una distanza dalla perceptio non più valicabile, irreversibile, temporale. Infatti, in quanto staccato dalla perceptio, un perceptum è già dell'ordine del ricordo, è già qualcosa di “passato” (Perrella, p.95).


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